l’8 febbraio del 1921 segnò un’importante data storica per tutta la comunità di Arzo. I nostri indimenticati emigranti decisero di dar vita ad un corpo bandistico locale. La Vecchia Osteria della Posta divenne il ritrovo e la prima sede. Solo nel 1926 dopo grandi sforzi e con l’aiuto di validi e convinti soci, si diede inizio ai lavori dell’attuale Sala Sociale.
Non so spiegarmi il perché ma ogni volta che sento suonare a concerto le campane dei nostri paesi subito mi si para dinanzi la stupenda pagina di "Tempodi marzo "di Francesco Chiesa: "Erano cinque campane che sonavano a distesa, secondo l'abitudine dei nostri paesi; prima la piccina, poi la grandicella, poi ancora la piccina, e così via: la mezzana, la grande intrecciandosi strettamente, via via, fino alla maggiore che chiudeva la cantata col suo vocione. Un minuto di silenzio; poi daccapo. Qualche volta l'ordine s'invertiva; prima la campanona, l'ultima la campanina; e quando facevan così, la sciando infine quella vocina tremante, non pareva più un discorso compiuto; pareva, che so io? un'interrogazione ansiosa, un dubbio rimasto sospeso nel vuoto..."
E nella conversazione che si fa viva e intensa tra le campane, vere, e il testo che svolazza nei meandri del cervello, s'incunea, baldanzoso e sicuro di trovar il suo legittimo posto, in tale adunata, il ricordo dell'origine della Musica Aurora di Arzo, proprio la notte di Natale del 1920.
I musicanti, divisi in gruppi omogenei, verso le ventidue della Notte Santa, si recarono nelle zone prestabilite, in assoluto silenzio. Una decina salirono sul campanile. Un gruppo raggiunse i Cost, dietro l'odierno Bar Sport, un altro prese possesso dei ronchi dietro il Castello e un quarto raggiunse l'ampio prativo, ora scomparso, sopra la Villa Rusconi.
Mio zio Lilin mi diceva spesso che un'attesa simile gli rimase impressa nello spirito e anche nel fisico. Era una notte stellata, ma freddissima. Non si poteva nemmeno accendere un focherello per non tradirsi. Neanche il fumo della Parisienne e dell'umile sigaretta confezionata con le dita era concesso.
Alle ventitré e cinquanta le campane annunciarono il "terzo segno" della Messa di Mezzanotte. A un tratto i fedeli, che si recavano in chiesa, furono letteralmente avvolti da una melodia che scendeva dal campanile, strisciava sui tetti, scivolava lungo le grondaie. Durante le notti di fine maggio ci si commuove al canto degli usignoli che intrecciano il loro inno d'amore che si fa dialogo e concreto messaggio di bellezza. Quella notte erano le note dei diversi gruppi che si rincorrevano, trasformando l'intero villaggio in un nuovo Greccio, francescano anche questo, in cui la melodia della "piva" entrava nel fondo dell'animo e lo risvegliava, se era dormiente, lo metteva in subbuglio se era già sveglio.
La nascita della Musica Aurora è intimamente congiunta con questa "rappresentazione". Fosse esistita, allora, la tecnica di "sonet lumière" avremmo avuto ad Arzo un'anteprima degli spettacoli che, durante la stagione estiva, oggi, richiamano folle di turisti ai piedi dei castelli, sulle piazze antiche e sui ponti sotto i quali l'acqua, malgrado tutto, continua con indifferenza a scivolare verso il mare.
Nel secolo scorso i nostri emigranti concentrarono il loro punto focale di attività in qualità di scalpellini, gessatori, stuccatori e muratori a Zurigo, a Sciaffusa e a Berna. E là, come fragili assicelle sballottate dalle onde, dovettero affrontare realtà nuove, impensabili, forse. Di giorno sui ponti a sanare ferite inferte dal tempo alle facciate di chiese e di palazzi abbelliti di conci lisci e bugnati e di lastre di molassa (la "mulèra"). Di sera a scrivere a casa la lettera che avrebbe preso il posto d'onore nel cesto di vimini accoccolato accanto alla branda. E talvolta ci si divertiva a strimpellare gli strumenti musicali portati da casa per soffocare, nei momenti uggiosi, la nostalgia che a volte è struggente.
Nel 1837 nacque a Tremona un'autentica banda. Ve ne rendete conto, amici? Ci voleva del coraggio e soprattutto dell'ottimismo. Così scrisse l'amico Giorgio Lazzeri: "Proprio nella lunga, a volte noiosa pausa invernale si fece strada l'idea di creare un gruppo musicale, nato sicuramente tra appassionati che intendevano trascorrere in modo intelligente il tempo libero".
Gli emigranti arzesi erano quasi tutti membri attivi della Filarmonica di Tremona diretta nel primo quarto del nostro secolo dall'indimenticato Maestro Giuseppe Mariotti, stupendo esempio di dedizione alla sua musica, vera pupilla dei suoi occhi. (1855-1925).
È alla scuola del maestro Mariotti che gli arzesi della seconda decade del secolo appresero i rudimenti di quell'arte che divenne quasi la ragione della loro esistenza.
L' "Osteria della posta" di Edorado Bustelli era il ritrovo di quegli emigranti i quali, dopo una lunga riflessione, decisero, nell'inverno 1920/21, di dar vita a un corpo bandistico locale. Non fu certamente facile per Edoardo Bustelli, Domenico Carri, Arnoldo Piffaretti, Luigi Soldini ed altri lasciare il Maestro Mariotti che tanto aveva loro dato in arte musicale e in saggezza di vita.
Arnoldo Piffaretti, il primo clarino della Stadtmusik di Sciaffusa, allora diretta da Giovan Battista Mantegazzi, portò all'adunata serale le partiture della prima marcia da lui ideata "Aurora ". E si meritò i galloni di Maestro.
Il primo concerto in onore dei soci contribuenti fu un avvenimento indimenticabile nella patriarcale cucina e nel salone attiguo della patrizia casa Bustelli. Ma l'inizio dell'emigrazione era vicino e tutti o quasi misero nel canterano lo strumento acquistato poco prima non senza sacrifici finanziari. Alcuni non lo misero nel "cesto" di vimini ma lo tennero saldamente tra le mani anche lungo il tragitto dalla Stazione Principale di Zurigo alla pensione del Balzarett e a quella del Cesarett. Prima del '20 gli emigranti di Arzo e si può dire di tutto il Mendrisiotto si trovavano, la domenica mattina, alla grande stazione per assaporare la gioia di respirare, in un ambiente freddo e a volte anche ostile (i nostri erano i "Cincali”) l'aria della propria Terra.
Dopo il '20 il luogo d'incontro era la saletta della pensione del Cesarett. Dopo un breve conversare si dava fiato agli strumenti e le melodie della Bandella erano cascate di note che sgusciavano attraverso gli interstizi delle finestre e andavano a solleticare i timpani degli Zurighesi che a frotte accorrevano ad applaudire, nasi appiccicati ai vetri delle finestre appannate, e anche a ballare magari con la tacita approvazione del poliziotto di ronda.
Oggi, anche da noi, se si vuol galleggiare con disinvoltura nel mare del comportamento sociale bisogna essere "in" e cioè occorre far uso dell'inglese anche quando se ne può fare a meno. Perdonate quindi la mia debolezza se invece di dire "vuoto", "interruzione" mi aggrappo a Blackout che, forse, riempie la bocca di più...e basta.
Cos'è mai successo? Gli archivi della società sono silenti fino al 1925. Non ho trovato nessun documento che mi abbia fornito materiale necessario per scandagliare i primi anni di attività della Musica Aurora. Quello che ancora conosco è nient'altro che una reminiscenza orale di parole e frasi udite a casa mia quand'ero bambino. Si parlava di primo presidente, il signor Filippo Rossi, reduce dall'America dopo aver fatto fortuna a Barre. Si accennava, nelle discussioni tra mio padre e i mei zii paterni e materni (Zio Ross, Zio Lilin, Zio Noldu, maestro della banda) della bandiera sociale che venne donata dal presidente e che ebbe come padrino l'Avv. Raimondo Rossi e come madrina la signora Elvira Rossi. Ma chi realizzò il disegno? A chi venne affidato il lavoro della confezione? Perché si scelse di illustrare, sull'intero rovescio, il territorio di Arzo escludendo il nucleo storico del villaggio? Certamente il donatore dovette affrontare una spesa cospicua se si pensa che il dritto è di seta finemente ricamata e il rovescio è un prezioso arazzo eseguito non manualmente ma con l'ausilio di un telaio meccanico. Quando si procedette alla realizzazione del vessillo? Subito o negli anni tra il 1921 e il 1924? Mi rincresce, ora, di aver dimenticato, quando potevo farlo, di mettere per scritto quello che i miei di casa sapevano a proposito dei primi passi mossi dalla nuova società.
Un frantumo di ricordo, che viene a galla, ora, mi suggerisce che l'inaugurazione della bandiera lasciò i primi strascichi di malumore in chi propendeva per la inaugurazione "laica" e chi per la benedizione da parte del parroco. I tempi delle tensioni partitiche non lasciavano spiragli per ponderate soluzioni. Chi voleva che l'acqua santa lasciasse scorrere qualche sua goccia sulla seta dovette trangugiare amaro.
Il primo documento scritto risale al 3 gennaio 1925.
"L'assemblea generale" decise: "All'unanimità viene eletto presidente della Musica il signor Filippo Rossi. Per l'erigenda sala sociale rimane stabilito un compenso di 60 centesimi all'ora a quei soci attivi che si impegnano per un lavoro corrispondente alla somma di franchi 100 (cento) a titolo di azione a fondo perduto.
I soci in numero di 21 hanno aderito alla proposta sopra approvata.
Il comitato dietro incarico dell'Assemblea dovrà immediatamente fare allestire un progetto per la costruzione della sala sociale il cui preventivo oscilli tra i diecimila e i dodicimila franchi.
Si propongono a nuovi membri del comitato i signori Rossi Domenico, Piffaretti Anacleto e Fontana Ottorino i quali sono accettati all'unanimità dei voti". (Segretario: Francesco Gusberti)
Seduta del comitato: 30 gennaio 1925
Vennero nominati il cassiere (Edoardo Bustelli) e il segretario (Anacleto Piffaretti).
"Viene pure nominata una commissione composta dai membri Mario Tattarletti, Francesco Gusberti e Giovanni Rossi (n.d.R: Giuvann di Matée) per l'allestimento di uno statuto dell'erigenda sala sociale.
Si incaricano i signori Domenico Rossi. Domenico Carri, Filippo Rossi. Francesco Mosconi e Giovanni Molinari per la vendita delle obbligazioni in paese e nei dintorni".
L'avv. Dottor Raimondo Rossi venne incaricato di redigere lo statuto della società incaricata di procedere alla costruzione della sala sociale. Capitale fr. 16'400, aumentato un anno dopo a fr. 20'000, suddiviso in 24 azioni da franchi 100 cadauna e in 240 obbligazioni da franchi 50 al 5%. Capitale proprio: fr. 2000.
Il progetto venne eseguito dall'Ingegner Della Casa di Meride. La costruzione, che iniziò già alla fine del 1925, venne eseguita dalla Ditta Giuseppe Molinari di Arzo.
Molto importante da segnalare è l'articolo 22 dello statuto che recita: "In caso di scioglimento dell'Associazione il patrimonio sociale andrà destinato a scopi di pubblica utilità ma non potrà mai essere diviso tra i soci".
Una delegazione si recò a Chiasso dal filantropo Signor Pietro Chiesa, a cui si deve l'acquisto dei terreni e della casa colonica alla Perfetta e la fondazione della "Pro Infanzia" di Chiasso. Il signor Pietro Chiesa sottoscrisse 1O obbligazioni con l'obbligo per i dirigenti della musica di devolvere gli interessi relativi all'Asilo Infantile di Arzo.
Il 6 novembre 1926 il capomastro signor Giuseppe Molinari consegnava la sala pronta per dare ospitalità agli esecutori degli ultimi lavori di rifinitura.
L'inaugurazione ebbe luogo il 25 e 26 dicembre 1926 col seguente programma:
25 dicembre 1926 Apertura - Pesca di beneficenza - Concerto - Teatro.
26 dicembre 1926 pomeriggio: Ricevimento delle società e degli invitati (vino d'onore) - Corteo - Concerto delle musiche - Discorso d'inaugurazione - Ballo. Venne incaricato dapprima I'Avv. Raimondo Rossi di tenere il discorso ufficia le. Al suo diniego, per motivi di lavoro (era allora Consigliere di Stato), l'inca rico venne affidato al maestro Angelo Rossi .
Il cinema muto entrò di prepotenza a tener banco, almeno nei primi anni di apertura della sala.
Questo episodio mi sembra molto eloquente:
Seduta del Comitato 15 dicembre 1927
"Si stabilisce di tenere domenica prossima 18 c.m. una rappresentazione cinematografica con la macchina Carri-Bustelli. Si proietteranno "Un giorno al circo" e due comiche. I film verranno noleggiati dalla ditta del Teatro Varietà di Mendrisio al prezzo di franchi 30.
Si stabiliscono i prezzi d'ingresso: ragazzi fr.0,30, Terzi fr.0,40, Secondi fr. 0,80, Primi fr. 1,1O".
In questa sala, che conobbe un suo rinnovamento completo agli inizi degli anni '50, si svolsero, sino al 1971 le "mitiche" serate familiari in onore dei soci contribuenti. Ricordo che negli anni immediatamente successivi alla seconda conflagrazione mondiale la popolazione di Arzo raggiungeva a malapena le 600 unità. Ebbene si contavano, allora, ben 100 soci contribuenti, si può dire un membro per ogni fuoco. La tassa sino al 1971 non venne mai modificata. Era così nel 1921 e così rimase in seguito. Se facciamo un confronto con il valore attuale della nostra moneta, dobbiamo convincerci che essere socio contribuente nel 1921 voleva dire versare il corrispettivo di almeno una giornata di lavoro di un buonissimo muratore. 5 fr. nel 1940 possono avere benissimo il valore di almeno 60 franchi di adesso.
Nella sala Aurora vennero tenute rappresentazioni teatrali molto importanti. Penso alla Filodrammatica "Dilectando Beneficat" di Chiasso diretta da Giotto Cambi e Riziero Muscionico, la stessa che mise in scena, prima della guerra, il Guglielmo Tell di Schiller in un'arena stupenda a Chiasso. Penso alla filodrammatica Elettra di Mendrisio diretta di Luigi Romano, alla filodrammatica di Riva San Vitale diretta dal Prof. Edmondo Vassalli, la quale nel 1931 portò sul palcoscenico dell'Aurora "La storia del Beato Manfredo Settala" riscuotendo un successo immenso. Penso alla filodrammatica di Campione, a quelle professionistiche dei Dini, dei Rame e dei Ruta. E penso, con nostalgia, al teatro dei burattini del Cav. Vitali, un vero mago nel muovere i "suoi figli", come lui chiamava "le teste di legno", e soprattutto nel cambiare a piacimento la voce passando da quella stridula a quella lugubre.
E quante feste da ballo! Veramente allora il ballo era visto da certi ambienti un po' bigotti come il fomentatore di tutti i mali, il nemico del buoncostume, il veicolo che conduce alla perdizione. E ci furono anche scontri verbali tra i dirigenti della Sala e gli ambienti vicini al Parroco. Allora io ero un adolescente ma capii che la situazione stava guastandosi. E chi ne andava di mezzo era la Musica che si alienò, per questi futili motivi (visti con la mentalità di oggi), le simpatie di una fetta della popolazione.
Dopo la guerra, nel 1946, con l'arrivo di Don Pietro Vaerini, ritornò il sereno e la pace non solo rifece la sua pallida apparizione ma la collaborazione tra Musica e Parrocchia si fece talmente viva e concreta da vedere la filodrammatica maschile del "Circolo" (così si chiamava allora la Sala parrocchiale) calcare le scene della Sala Aurora e offrire ai soci contribuenti della Musica, che affollavano la sala in occasione della festa familiare, un drammone che destò l'ammirazione di tutti. "L'idiota", diretto dal carissimo amico Maestro Lino Scacchi e con la partecipazione dei fratelli Fulvio e Lino Rossi, Angelo Rossi, del bravissimo Emilio Zappa, del sottoscritto e di altri, di cui mi sfugge il nome, venne replicato due volte in sala parrocchiale.
Non si deve credere che oltre ai problemi del ballo la vita della società non avesse avuto altre grane. Si pensi che già il 12 febbraio 1926 (quindi la sala non c'era ancora) si sono avvertite le prime avvisaglie dell'indifferenza che a poco a poco si intrufolava tra le fila dei soci attivi.
Dal Verbale delle risoluzioni del Comitato
"Circa il funzionamento della Musica come istituzione d'arte, il comitato in corpore deplora vivamente la mancanza di puntualità da parte dei soci attivi alle regolari lezioni; ciò significa negligenza nell'adempimento dei propri doveri, disobbedienza indiretta al Maestro e mancato ossequio alle ripetute raccomandazioni del comitato".
La crisi tra soci attivi, sempre meno fervorosi, e il Maestro sfociò, com'era naturale, nel 1935, con le dimissioni di mio zio Arnoldo. Si pensi che la prima gratificazione annuale gli venne data nel 1931 e che nel 1934, quale segno di gratitudine per il suo operato, gli venne consegnato un clarinetto (egli padroneggiava questo strumento in modo superiore ad ogni elogio) che, comperato come strumento nuovo di zecca, si rivelò un vero "ronzino" valido per soddisfare le esigenze di un principiante. La colpa non fu del comitato, per carità, ma del commerciante di Como che l'aveva venduto.
Per cercare di attrarre i soci, che fino allora dovevano procurarsi lo strumento a loro spese, il comitato acquistò nel 1932 ben 8 clarinetti si b, 1 quartino mi b, 3 cornette si b, 2 flicorni si b, 2 genis mi b, 5 tromboni si b, 1 bombardino si b, 1 eufomo si b, 1 flicorno tenore si b, 1 basso fa be 1 basso mi b. Ci tu grande festa d'inaugurazione ma la crisi istituzionale ben presto prese il sopravvento. Credo di poter dire, senza tema di smentita, che la morte prematura del cinquantenne presidente Filippo Rossi avvenuta l'11 marzo 1929, fu un duro colpo che si ripercosse per decenni.
Ma la grande crisi, che neppure i festeggiamenti del Venticinquesimo di fondazione nel giugno 1945 e quelli del trentacinquesimo del 1955 seppero indigare, dilagò e portò la società sull'orlo del baratro.
Grazie alla chiaroveggenza del comitato rinnovato di allora, che diede il timone della società al giovane dinamicissimo Osvaldo Galfetti, da poco tempo rientrato da una lunga permanenza per motivi di lavoro a Wohlen, tu possibile trovare gli antidoti per frenare tutte le emorragie.
Prima di tutto si dovette prendere atto del fatto che gli interessi passivi che gravavano sulla sala sociale non potevano permettere una normale attività. Fu giocoforza cedere in affitto la sala sociale a una ditta commerciale. La società però non rinunciò al primo piano della costruzione che rimase al suo servizio e che, dopo importanti lavori di strutturazione, venne trasformato in aula delle lezioni di musica.
Per alcuni anni la Musica Aurora trovò ospitalità, per le sue prove, nella sala parrocchiale.
Ne sono convinto. Oggi più che mai. Già durante gli anni Quaranta, quando la crisi interna stava per esplodere, il collega indimenticato Maestro Mario Tattarletti ed io, nei nostri conversari quotidiani, durante la ricreazione scolastica, l'argomento scivolava sempre sul polo di attrazione che la sala della Musica esercitava su di noi. E il buon Mario, per rendere concreta l'idea, che condividevo in pieno, portava l'esempio dei baliaggi ticinesi e di quelli al di là delle Alpi che dal 1500 circa al 1798, salvarono la Lega Confederata, scossa da crisi tremende, dalla ineluttabile disgregazione. Furono i baliaggi, allora, con le loro potenzialità e grazie alla loro posizione strategica sulla via delle genti, a salvare il salvabile e a costringere i reggitori nemici a sedersi allo stesso tavolo in quel di Soletta, sede della Lega, e a convincerli a spegnere la loro rabbia e la loro vendetta per salvare il salvabile.
La stessa cosa successe da noi. La sala della società, che in base allo statuto, non poteva essere alienata, in caso di scioglimento della Musica ma che doveva essere donata a un ente pubblico, ebbe il potere di tenere unite le forze più intelligenti e più propositive. Grazie a chi tenne duro e a chi, come il presidentissimo Galfetti e i suoi validissimi e intelligenti collaboratori, compresero la necessità di imprimere alla società una vera virata di bordo, la situazione a poco a poco migliorò e ridivenne normale. Quando i dirigenti constatarono che la crisi era superata, grazie anche al rinnovo dell'organico e all'arrivo del giovane Maestro Edy Ponti, che portò entusiasmo tra i soci attivi, concessero in affitto la sala a una ditta che con i versamenti annuali costanti dà ossigeno alle casse della società.